Qualche giorno fa all'ora di pranzo guardando i
TG, come ci si aspetta da ogni buon single masochista che si
rispetti, non ho potuto fare a meno di notare la quantità di titoli
sull'arresto di 'hacker' perpetrato da gongolanti forze dell'ordine.
Alcune considerazioni.
Leggo su numerosi quotidiani del 16 gennaio scorso
che grazie a supercomputer e abilità fuori dal comune le forze
dell'ordine sono riuscite a stanare dagli anfratti digitali in cui
si nascondevano alcuni
hacker. Apprendo ancora della estrema
pericolosità di questi ragazzi che sembrano essere in grado di
produrre danni che per essere riparati richiedono cifre e tempi
incredibili. Tralascio inoltre le divagazioni di qualche giornalista
secondo cui sarebbe possibile leggere delle connessioni con gli
eventi dell'11 settembre. Ora, senza voler entrare nel merito dello
specifico caso e peraltro ricordando che è condannabile ogni gesto
che porti ad azioni al di fuori della Legge, mi scappano un paio di
pensieri sull'abuso che i media continuano a fare del termine
hacker.
The on-line hacker Jargon File, version 4.3.1 - 16 gennaio 2002
(traduzione dell'originale inglese che trovate qui) "hacker n. [originariamente chi fabbrica
mobili con un'ascia] 1. Una persona che ama esplorare i dettagli dei
sistemi programmabili per trarne il massimo, a differenza di molti
utenti che preferiscono imparare solo lo stretto necessario 2. Chi
programma in modo entusiasta (anche fino all'ossessione) o che
preferisce la pratica della programmazione piuttosto che la teoria.
[...] 8. [dispregiativo] erroneamente chi cerca dolosamente di
scoprire informazioni sensibili rovistando attorno. Da cui "password
hacker", "network hacker". Il termine corretto per questo
significato è CRACKER. [...]"
Non capisco come anche giornalisti solitamente preparati quando
parlano di politica estera, economia o altro riescano a scrivere
bestialità a volte enormi parlando di computer. Gli stessi che poi
inneggiano alla multimedialità come strada per il futuro
dell'informazione, gli stessi, addirittura, che a volte scrivono
anche su giornali telematici.
E' almeno dal Fidobust (ovvero dal così detto Italian Crackdown)
del maggio del 1994 in cui nodi della rete amatoriale Fidonet
vennero sequestrati - alcune volte arbitrariamente - che i
giornalisti italiani dovrebbero avere cominciato a sentire parlare
di pirateria informatica (o presunta tale) ma non si capisce come
mai in oltre 7 anni non abbiano avuto modo di aggiornarsi per sapere
di cosa scrivono.
Anche per quanto riguarda il giornalismo tecnico la situazione in
Italia è preoccupante, il panorama delle stesse riviste "di
computer" è sempre più piatto e sterile. Chi leggeva le riviste di
settore degli anni '80 si ricorda recensioni di hardware che in
certi casi arrivavano anche a riportare schemi elettrici; certo oggi
con l'evoluzione della tecnica questo non sarebbe possibile ma molte
delle recensioni odierne per essere "popolari" riducono qualsiasi
articolo a una trivialità tale da renderlo privo di qualsiasi
informazione utile per un utente non dico smaliziato ma almeno
medio. Riviste, queste, che costano diversi Euro ma che altro non
sono se non una raccolta di depliant pubblicitari tipo foto /
qualchecaratteristica / giudiziopilotatosempreoquasipositivo (lo so
perché ne ho pilotato qualcuno anche io: non sono senza peccato).
Questo ci riporta alle considerazioni sulla alfabetizzazione
informatica in Italia ovvero, se non ricordo male, una delle tre "I"
della campagna di un qualche politicante. Dopo gli entusiastici anni
'80 in cui anche i frutta-verdura vendevano computer e lo facevano
peraltro spesso con cognizione di causa e i primi anni '90 in cui si
percepiva già una evoluzione dell'informatica che privilegiava
l'aspetto commerciale piuttosto che i contenuti mi trovo a vivere in
una epoca in cui non solo non riesco a trovare in edicola più di un
paio di riviste decenti su qualche centinaio ma spesso quando entro
in qualche negozio di informatica ho problemi a farmi capire dal
commesso anche se gli chiedo esplicitamente qualcosa citando marca /
modello / numerodicodice.
Questo non vuole essere uno sfogo di "chi sa" anche perché di
informatica ne so molto meno di quanto vorrei, è solo una
considerazione sul fatto che la somma della conoscenza informatica
in Italia è costante nonostante la popolazione informatizzata sia in
aumento. E non è a mio avviso perché chi ha questa conoscenza non
voglia diffonderla.
Tralasciando quelli per i quali l'informatica rappresenta oltre
che una cosa relativamente nuova da imparare anche un gap
generazionale, trovo incredibile che ragazzi di 15-25 anni vengano
da me a chiedere cose talmente banali a cui un semplice ragionamento
se non una breve ricerca in rete potrebbero rispondere. Ma forse per
alcuni il chiedere e cedere così alla pigrizia, spalleggiati da una
informazione giornalistica che fa sembrare intellettualmente
irraggiungibile anche padroneggiare un prompt MS-DOS, è più
remunerativo che spremersi un po' le meningi per ottenere la stessa
cosa da soli... del resto c'è sempre il rischio di sembrare troppo
svegli e di passare per hacker.
Se chi fa del giornalismo la sua professione provasse a capire un
po' l'informatica e a spiegarla correttamente e non come se stesse
educando un popolo di lobotomizzati evitando di demonizzarla come
covo di pedofili, pseudo-hacker, cracker e affini forse sarebbe già
un bel passo avanti. O forse vogliamo tornare a vedere la nipotina
del duce in prima serata teorizzare, da esperta, su virus che
colpiscano i siti dei pedofili solo perché fa ascolto?
Una ultima considerazione: il termine Hacker anche se la
sua etimologia può essere fatta risalire al XIV secolo è stato
adottato nel attuale significato (quello corretto) circa negli anni
'60, si ritiene, presso il TMRC (il Tech Model Railroad Club presso
il MIT). Auspico si faccia il possibile perché grazie a qualche
giornalista poco informato questo significato nell'uso corrente non
debba cambiare in quello che già riporta, per esempio, il Garzanti ovvero:
"Hacker: s. m. invar. chi, non autorizzato, riesce a inserirsi
con il proprio computer in una banca dati per carpirne o distruggere
le informazioni". Avete capito bene: per il Garzanti un hacker
oltre a introdursi dolosamente lo fa pure a scopo distruttivo.
Autore: Luca Balzano
[ Top ]