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Lawrence Lessig, The future of ideas. The fate of the commons in a connected world, New York, Random House, 2001 by Maria Chiara Pievatolo
In inglese il termine "free" significa sia "libero", per esempio nel senso della libertà di parola, sia "gratuito", per esempio nel senso di un pranzo gratis. Una democrazia che conviva con una economia fondata sulla proprietà privata può promuovere la libertà di parola e, nello stesso tempo, rifiutare la gratuità dei pranzi. Ma che cosa succederebbe se questa stessa democrazia assimilasse la libertà nel suo significato politico e morale alla gratuità, e prendesse a combattere ogni libertà come una lesione alla proprietà privata? Potrebbe una democrazia sostenersi sul principio che la libertà è un furto?

L'autore di The Future of Ideas, Lawrence Lessig, non è un filosofo politico, bensì uno studioso di diritto. Il suo testo si occupa di un problema "tecnico": l'impatto sulla libertà, nella rete e sulla rete, dell'inasprimento del regime della proprietà intellettuale e delle sanzioni destinate a proteggerla. Chi si è rassegnato a vivere in una "gabbia d'acciaio" e a subire le decisioni tecniche come incontrollabili ed estranee, o a scagliarsi genericamente contro "la tecnica", può non essere consapevole del fatto che scelte tecniche determinate condizionano il modo di condivisione e trasmissione del pensiero, e dunque il mondo stesso della conoscenza. E', d'altra parte, difficilmente comprensibile come una filosofia che non intenda più se stessa in quanto sapere in un orizzonte universale ed eterno, bensì come presentazione di ciò che è attuale o alla moda, possa essere indifferente a questioni tecniche - giuridiche e informatiche - la cui soluzione può influenzare fortemente il futuro delle nostre idee e delle nostre comunità politiche.

The Future of Ideas affronta quattro temi:
  1. la nozione di commons (bene collettivo) e la sua ratio entro un sistema che contiene forme di proprietà privata;
  2. la possibilità di intendere il mondo delle idee come soggetto a un regime di commons e la giustificabilità, entro tale prospettiva, della proprietà intellettuale;
  3. il carattere di commons dell'Internet originaria e l'architettura di rete che l'ha resa possibile come tale
  4. il processo di privatizzazione di questo commons a causa di un inasprimento senza precedenti del regime proprietario dell'informazione.

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1. Commons
Per commons si intende un bene detenuto in comune, per il godimento da parte di una quantità di persone: è dunque liberamente accessibile (free) per queste persone, nel senso che ciascuna ne ha titolo senza dover chiedere il permesso ad altri. Esempi di commons possono essere le strade pubbliche, le idee e le teorie scientifiche nonché i testi che sono diventati di pubblico dominio dopo la scadenza dei diritti d'autore. In tutti questi casi non c'è nessun soggetto che abbia titolo ad esercitare una componente fondamentale del diritto di proprietà, cioè stabilire se e come rendere la risorsa disponibile ad altri.
La tradizione ha riconosciuto come commons sia risorse il cui uso non è competitivo, sia risorse soggette a un uso competitivo. Una teoria scientifica è un commons non competitivo, perché chiunque può apprenderla senza che nessun altro sia depauperato nel suo patrimonio di conoscenze. Una strada o un pascolo sono commons competitivi, perché un loro uso incontrollato li deteriora e li impoverisce: la strada può essere congestionata da ingorghi, il pascolo può esaurirsi se ciascun pastore persegue la strategia, razionale rispetto all'utilità individuale, di aumentare il più possibile il numero di capi del suo gregge, che si nutre sul terreno comune.
Tuttavia, il carattere competitivo dell'uso di una risorsa non è di per sé un motivo sufficiente ad escluderla dal novero delle cose che possono entrare in un regime di commons , dal momento che le comunità possono adottare regole che governino l'uso di un bene collettivo. La competitività o no dell'uso di un bene, invece, fa sì che siano diversi i problemi derivanti, per la società, dal suo carattere collettivo:
  • se il bene non è competitivo, si pone solo il problema di come incentivarne la produzione
  • se il bene è competitivo, si aggiunge a questo il problema di regolare la distribuzione del suo consumo (pp. 19-23).

Perché una società che non mette in discussione la proprietà privata dovrebbe permettere che alcune risorse rimangano in un regime di commons? In un'epoca in cui si tende a dare per scontato che il mondo sia amministrato nel modo migliore se viene suddiviso fra proprietari privati, una sorta di cecità culturale fa dimenticare che la tradizione giuridica statunitense giustifica i commons quando le risorse sono fisicamente esposte ad essere monopolizzate e quando l'essere usate da un numero indefinito e illimitato di persone non diminuisce, bensì aumenta il loro valore. Per esempio una strada su cui si possono affacciare negozi e affiggere manifesti con la certezza che saranno visti da moltissimi passanti, è valorizzata dal fatto di essere pubblica (pp. 86-87). Se la strada appartenesse a un privato il quale limitasse la circolazione a suo arbitrio, l'accessibilità a negozi e manifesti verrebbe meno e si perderebbe, così, gran parte del suo valore - che dipende, in questo caso, dal semplice fatto di essere frequentata e liberamente percorribile.
Da questo argomento, Lessig desume un principio generale: quando l'uso di un bene è poco chiaro, nel senso che non è connesso univocamente a un fine, allora, da una prospettiva sociale, può essere preferibile trattarlo come collettivo, perché sia esposto alla sperimentazione di un gran numero di ingegni. In questo caso, infatti, un proprietario vincolerebbe il bene, con tutte le sue potenzialità ignote, al suo limitato intendimento e al suo interesse privato. Se invece l'uso di una risorsa è chiaro, il nostro obiettivo è semplicemente assicurarne la disponibilità per l'uso maggiore e migliore: in questo caso, conviene affidarla a un proprietario, interessato a massimizzare il reddito che ne ricava (pp. 88-89).
Lessig, in virtù della sua nazionalità e della professione, presenta questo argomento in un ambito particolare, quello della rete: in questo caso è chiaro che la sua pubblicità l'ha resa aperta ad usi imprevedibili ai suoi progettisti originari, come la pubblicazione distribuita del World Wide Web. Ma, da un punto di vista filosofico, il principio di Lessig può indurre a chiedere se esistano davvero beni che "hanno" un uso "chiaro", come se la loro finalità fosse scritta, per così dire, nella loro carta di identità - se non diamo indebitamente per scontato un orizzonte di valori e di tecnologie condivise. Per esempio, l'uso industriale del codice genetico e dunque il suo carattere proprietario è "chiaro" per le multinazionali statunitensi, ma assai meno per chi lo contesta - tanto che la soluzione del problema della sua destinazione richiederebbe una più profonda riflessione filosofica e politica. Se è solo lo stato dell'arte e la sua percezione sociale a giustificare la proprietà privata di un bene, allora ogni forma di proprietà privata va intesa come provvisoria e, potenzialmente, residuale.
Giustificare la proprietà privata come caso residuale e provvisorio, in relazione allo stato dell'arte e alle scelte politiche, significa spostarsi da una prospettiva lockeana a una prospettiva platonica. Locke legittima la proprietà privata sulla base dell'acquisizione con il lavoro, il quale dunque dà titolo a fare scelte sovrane anche sull'uso della risorsa. Platone, nella Repubblica, la tratta come qualcosa di circoscritto a un solo gruppo, quello degli "artigiani" e la giustifica sulla base della specializzazione tecnica e della funzionalità sociale, tenendola fuori da tutto ciò che ha a che vedere con la politica e con la conoscenza. Passare dalla tradizione liberale di Locke all'egemonia filosofica di Platone sarebbe una rivoluzione di non piccolo momento - se la nostra tradizione fosse esclusivamente liberale, e non anche democratica.
La tradizione democratica è il terreno più solido per opporsi al sistema del controllo proprietario:
Perché non vendiamo semplicemente il diritto di governare al miglior offerente? (I cinici diranno che in effetti lo abbiamo sempre fatto. Forse, ma sto parlando formalmente) Perché non abbiamo un sistema in cui mettiamo all'asta il diritto di controllare il governo come diritto di proprietà permanente? (p. 82)
Lessig risponde prendendo ispirazione da Spheres of Justice, di Michael Walzer: nella "nostra" società i contanti non sono l'unico valore, ma ne esistono anche altri diversi e indipendenti - come l'autogoverno democratico. Questo, per il momento, può essere un argomento politicamente convincente. il suo solo limite, dal punto di vista speculativo, è la sua provvisorietà: Walzer, in Spheres of Justice, sceglie esplicitamente di "restare nella caverna ", interpretando i significati che tutti hanno in comune. Ma lo ombre - cioè le intuizioni condivise - sono molto mutevoli, soprattutto se a controllare le proiezioni ci sono le grandi concentrazioni mediatiche e i potentissimi sostenitori di una destinazione proprietaria dell'informazione di cui lo stesso Lessig parla con grande preoccupazione (pp. 117-119).

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2. Il mondo delle idee
Secondo Lessig, ci sono buone ragioni per mantenere alcuni tipi di beni in un regime di commons . Il carattere collettivo si addice in modo paradigmatico alle entità del mondo delle idee. Lo scrisse molto chiaramente Jefferson, in armonia con la tradizione dell'Illuminismo, in una lettera a Isaac MacPherson del 13 agosto 1813 : le idee sono di proprietà esclusiva di chi le ha pensate solo finché non le rivela in pubblico. Ma, una volta rese pubbliche, possono essere possedute da tutti, senza privare di nulla il loro primo autore. "Chi riceve un'idea da me, riceve egli stesso istruzione senza diminuire la mia; come chi accende il suo lume al mio riceve luce senza oscurare me." Per questo, le idee devono diffondersi liberamente nel mondo, per istruire e migliorare gli uomini, e le invenzioni non possono essere soggette a proprietà privata (pp. 94-95).

In questo spirito, la costituzione americana permette solo una forma limitata di proprietà intellettuale "To promote the progress of science and useful arts, by securing for limited times to authors and inventors the exclusive right to their respective writings and discoveries" (a1.Section 8). Il periodo di validità della proprietà intellettuale è limitato, perché le idee appartengono, per loro natura, al pubblico: diritti esclusivi temporanei possono essere giustificati solo limitatamente al fine di incentivare gli autori alla produzione creativa (p. 97).

La prima legge americana sul copyright lo attribuiva agli autori di "mappe, carte e libri", ma solo a condizione che facessero una registrazione presso un ufficio apposito. Il copyright durava originariamente quattordici anni, ed era rinnovabile ad altri quattordici solo se l'autore, ancora vivo, ne avesse fatto esplicita richiesta. Traduzioni e opere derivate erano libere e l'onere della registrazione faceva sì che molte opere fossero fuori copyright semplicemente perché l'autore aveva preferito non sottoporvisi. Oggi il copyright , negli Stati Uniti, è automatico, dura per settanta anni dalla morte dell'autore, e si estende su ogni atto creativo prodotto su un medium tangibile e anche su traduzioni ed opere derivate (pp. 105-107). Sono fuori dalla sua portata solo i fatti storici e il cosiddetto fair use, che comporta la possibilità di citare piccole parti del lavoro a fini didattici e scientifici (pp. 104-109). Il controllo proprietario sull'informazione non è mai stato così aspro e intenso.

Lessig ritiene che l'attuale legislazione sul copyright sia incostituzionale: la ratio costituzionale del copyright è incentivare economicamente gli autori alla produttività. Ma è ridicolo pensare che qualcuno scriva un libro, oggi, solo perché e se ha la garanzia che qualche sconosciuto del XXII secolo ne potrà trarre guadagno (p. 252). Il vero, ancorché incostituzionale, motivo dell'estensione è l'interesse al controllo e allo sfruttamento industriale dell'informazione (p. 107).

Il controllo dell'informazione per il suo sfruttamento industriale è un incentivo alla creatività? Se consideriamo che ogni nuova idea si fonda sul confronto con le idee altrui e che per questo nessuna idea è veramente e completamente nuova (p. 204), possiamo sospettare che il controllo proprietario, in quanto limita l'accesso, la distribuzione e l'uso di informazione, impoverisca il mondo delle idee, pur arricchendo una piccola minoranza. Le idee non si consumano ad essere pensate e divulgate; si esauriscono, piuttosto, se vengono tenute nascoste e censurate - per motivi politici o anche economici.

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3. La rete come commons
Secondo il giurista e teorico della comunicazione Y. Benkler, un sistema di comunicazione può essere pensato come suddiviso in tre strati o layers:
  • lo strato fisico: il mezzo fisico su cui la comunicazione viaggia (nel caso della rete, i cavi e i calcolatori)
  • lo strato logico o del codice: il codice che fa funzionare gli strumenti fisici (nel caso della rete, i protocolli e i programmi che ci permettono di usarli)
  • lo strato del contenuto
Ciascuno di questi tre strati può essere libero o controllato. Si va così dallo Speakers' Corner , ove tutti gli strati sono liberi, fino alla TV via cavo, ove sono tutti controllati, passando per il modello dell'auditorium, ove è soggetto a controllo solo l'accesso fisico, e per quello del telefono, ove solo i contenuti sono liberi (pp. 23-24). L'Internet, come l'abbiamo conosciuta finora, è controllata nello strato fisico e, per lo più, nello strato del contenuto, ma il suo codice è libero.

Negli anni '60 dello scorso secolo ci si rese conto che il sistema telefonico stutunitense non avrebbe potuto resistere a un attacco nucleare, perché era centralizzato e privo di metodi di ridondanza efficaci. Si cominciò allora a pensare a un tipo di interconnessione diversa, a pacchetti anziché a circuito. Il circuito comporta una connessione univoca fra un punto e un altro, dalla quale dipende interamente la possibilità della comunicazione. I pacchetti permettono di dividere ciò che deve essere trasmesso in una serie di frammenti, ciascuno dei quali fluisce indipendentemente attraverso percorsi in una rete, per ricongiungersi agli altri solo al punto di arrivo (p. 31).

Ma l'aspetto decisivo è il luogo in cui, nella rete, si colloca l'"intelligenza", ovvero l'elaborazione dell'informazione. Pensiamo, per chiarezza, a un arcaico sistema telefonico a commutazione meccanica manuale. In questo sistema, se voglio raggiungere, da Pisa, un apparecchio di Livorno, devo chiamare il centralino, ove la telefonista mi mette in contatto coll'abbonato richiesto. L'intelligenza - ciò che è in grado di indirizzare il mio messaggio proprio dove desidero che vada - è nella mente e nella mano della telefonista, che decifra la mia richiesta e mi connette correttamente, è, cioè, "nella" rete telefonica, al suo centro. Per mettere fuori uso un simile sistema, è sufficiente bloccare la telefonista.

In Internet le cose non stanno così: la sua struttura end-to-end fa sì che l'elaborazione dell'informazione non sia posta nel cuore della rete, ma alle sue periferie. Se la rete è "stupida" ma ogni terminale è in grado di fare da "telefonista" di se stesso, la comunicazione diventerà difficile o impossibile solo quando una parte rilevante dei cavi e dei terminali sarà stata messa fuori uso. I nodi intermedi nella rete, in questo caso, svolgono solo funzioni semplici, con protocolli semplici e di pubblico dominio, mentre le operazioni conplesse sono riservate ai terminali (p. 34).
Fra le architetture dei due sistemi c'è una differenza non solo tecnica, ma anche politica, se è vero, come dice Mitch Kapor, cofondatore della Electronic Frontier Foundation, che "l'architettura è politica " (p. 35): la telefonista del nostro esempio - o, più realisticamente, una concentrazione mediatica che occupa una analoga posizione strategica -, ha il pregio di essere "intelligente". Ma potrebbe anche essere, proprio in virtù di questo suo pregio e della sua funzione, avida, invadente, pettegola, censoria. Potrebbe per esempio raccontare tutte le nostre telefonate alla polizia, oppure intercalarle con slogan pubblicitari, oppure proibirci di leggere al telefono un brano sotto copyright, o rifiutarsi di collegare numeri pisani a numeri livornesi per sue personali questioni di campanile. Di contro, in Internet, tutti possono usare il protocollo della rete, che è di pubblico dominio, tutti, dunque, essendo telefonisti di se stessi, possono elaborare l'informazione come vogliono, spedirla dove e come vogliono, e, soprattutto, far interagire con la rete i programmi che preferiscono. Come spiega molto chiaramente la RFC 1958: "the goal is connectivity, the tool is the Internet Protocol, and the intelligence is end to end rather than hidden in the network".

Questo fa sì che Internet sia un ambiente molto favorevole all'innovazione:
  • poiché i programmi girano su calcolatori alla periferia della rete, innovatori con nuovi programmi non devono far altro che connettere i computer alla rete per farli funzionare, senza aver bisogno di mutamenti - e dei relativi permessi - entro la struttura della rete;
  • poiché l'architettura non è ottimizzata per nessuna applicazione particolare, la rete è aperta a innovazioni per le quali non era stata originariamente pensata;
  • per il suo carattere di piattaforma neutrale, la rete non può discriminare i progetti innovativi (pp. 36-37).
Il codice che in rete assicura la connettività, il TCP/IP, è libero: ciò significa che questo ambito può essere inteso come un commons aperto, il quale aumenta il valore dello spazio controllato che si interfaccia con essa (p.48): un computer, oggetto di proprietà privata, una volta connesso in rete, diventa uno strumento molto più interessante e ricco di possibilità. E, contrariamente a quando si tende a credere, il carattere di commons non fa della rete un ambiente sregolato, esposto all'abuso e dunque all'impoverimento: ci sono regole consuetudinarie, come quelle che proibiscono lo spamming su Usenet e altrove, ma, soprattutto, e tipicamente, la tecnologia è in grado di governare l'uso delle risorse comuni in modo tale da non esaurirle (p. 96) e, anzi, da incentivarne l'accrescimento. Per esempio, un libro cartaceo in una biblioteca pubblica deve essere letto a turno ed è esposto all'usura, mentre un documento digitalizzato e messo in rete è indefinitamente copiabile.

Un chiaro esempio di bene valorizzato dal suo statuto di commons è il software libero protetto da licenza GNU-GPL . Questo tipo di licenza garantisce la libertà del software in questi quattro sensi:
  • il software è liberamente eseguibile
  • il software può essere liberamente studiato e rielaborato per le proprie esigenze, e dunque il codice sorgente deve essere liberamente disponibile
  • il software può essere liberamente copiato e distribuito
  • il programma può essere migliorato e i suoi miglioramenti sono liberamente distribuibili

La conservazione di questa libertà richiede che venga impedita la "privatizzazione" del codice, che avrebbe luogo se qualcuno si impadronisse di un programma, lo compilasse e lo distribuisse come software proprietario, sottraendolo alla pubblicità. Questo sarebbe inevitabile se il software libero non fosse un bene collettivo, ma una res nullius , esposta alla acquisizione da parte di chiunque. La licenza GNU-GPL si vale di una combinazione fra diritto d'autore e diritto contrattuale, per obbligare chi ridistribuisce il software protetto, originale o modificato, a passarlo ad altri con le medesime garanzie di libertà con cui l'ha ricevuto. Il software libero protetto dalla GPL rimane nell'ambito della pubblicità, che è vantaggiosa sia per chi lo scrive, sia per chi lo usa. Chi lo scrive può contare sulla cooperazione di una comunità non concorrenziale di sviluppatori, che fa immediatamente circolare ogni scoperta di difetti e di possibili miglioramenti; chi lo usa, proprio per questo motivo, non rimane ostaggio degli errori di programmazione e del codice strategico eventualmente inserito a servizio degli interessi del produttore. Se la Microsoft non avesse controllato il suo codice, non avrebbe potuto attuare la strategia di incorporare Internet Explorer in Windows: sarebbero subito fiorite altre versioni del sistema prive dell'ingombrante browser (pp. 54-67) e niente avrebbe potuto obbligare gli utenti ad accettare sul proprio computer un programma non desiderato. Chi, infine, vende hardware trae vantaggio dal carattere di commons del codice, perché può rendere più appetibili e meno costose le sue macchine con del software meno costoso, autonomamente innovabile, e sostanzialmente migliore, perché sviluppato e discusso in maniera trasparente. La discussione si svolge nell'ambito che Kant avrebbe detto dell'uso pubblico della ragione, le cui dimensioni, grazie all'interconnessione, sono divenute virtualmente cosmopolitiche. Il software, esattamente come la filosofia, è conoscenza e informazione.
Come scrive Alan Cox, difendendo Linux ed il valore del software libero contro un attacco della Microsoft:
I grandi salti dell'età del computer hanno avuto luogo, in maggioranza, a dispetto piuttosto che in virtù dei diritti di proprietà intellettuale . Prima dell'Internet i protocolli di rete proprietari dividevano i clienti, li rinchiudevano negli spazi dei loro fornitori, e li costringevano a scambiare la maggior parte dei dati su nastro. Il potere della rete non fu sprigionato dai diritti di proprietà intellettuale. Fu sprigionato dalla libera e aperta innovazione condivisa fra tutti (p. 57).


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4. I padroni del discorso
Internet è cresciuta grazie alla libertà dell'informazione nello strato del codice, che l'ha trasformata in un ambito aperto a un uso pubblico della ragione virtualmente cosmopolitico. Abbiamo a che fare con un commons di nuovo genere, in controtendenza rispetto allo spirito dei tempi e al loro intendere le persone e i diritti sulla base del paradigma della proprietà privata. Per questo, lo scontro con le concentrazioni mediatiche che traggono lucro dalla proprietà intellettuale appare inevitabile.
Prima e fuori dalla rete, si potevano registrare dischi, prestare libri, esporre poster senza preoccuparsi del copyright , sia perché alcune di queste attività sono perfettamente lecite, sia perché le eventuali violazioni sono difficilmente controllabili, in quanto richiederebbero una sorveglianza capillare nella sfera privata di un gran numero di persone. Ma se trasformo la musica di un CD che ho comprato in MP3, o digitalizzo un libro che mi è piaciuto, o riproduco un articolo che ho letto e che vorrei sottoporre a discussione, e li metto su una pagina web per condividerli con i miei amici, la situazione sembra diversa, anche se non sto facendo nulla di diverso: io divento una violatrice del diritto d'autore. E' vero - dice Lessig - che alla mia pagina potrebbero accedere milioni di persone, ma la pubblicazione sul web è talmente polverizzata che la possibilità reale che questo avvenga è molto scarsa. Probabilmente, le persone che visitano la mia pagina non sono di più di quelli che prendono in prestito i miei libri cartacei. Ma la pagina web è molto più controllabile, tramite bots e programmi che scansionano la rete alla ricerca di materiale sotto copyright: il cyberspazio non diminuisce, bensì aumenta il potere dei detentori dei diritti (pp. 181-182).
Lessig racconta il caso di OLGA , un archivio di spartiti di musica per chitarra messo insieme con i contributi degli appassionati, senza fine di lucro, e ripetutamente costretto a chiudere a causa delle minacce di grandi case discografiche, che accampavano generiche accuse di violazione del diritto d'autore. I provider sono di solito molto veloci a cancellare i siti che vengono fatti oggetto di accuse di questo genere - e quasi sempre i contendenti sono un singolo, da una parte, e una multinazionale, dalll'altra -. "Il controllo del copyright [è] fuori controllo" (p. 183). Questo ha delle conseguenze politiche e culturali efficacemente illustrate dalla casistica presentata da Lessig.

CPHack: Cyber Patrol è un programma della famiglia dei cosiddetti censorware , che bloccano selettivamente l'accesso a siti web il cui contenuto è ritenuto non adatto a minori. Spesso, la selezione operata da questi programmi è stata considerata discutibile, perché è capitato che fra i siti bloccati ci fossero pagine del tutto innocenti, o ree solo di opporsi alla tecnologia del censorware, o connesse ad opinioni politiche sgradite ai produttori dei programmi stessi. Nel 1999 uno svedese e un canadese produssero CPHack , un programma posto originariamente sotto licenza GPL, che permetteva di disattivare Cyber Patrol e di identificare l'elenco dei siti che bloccava. Questo avrebbe esposto la Mattel, che distribuiva Cyber Patrol, a critiche e proteste da parte di coloro che si fossero sentiti arbitrariamente censurati. Ne seguì una controversia legale che si concluse solo grazie a una mossa extragiudiziale: la Mattel indusse gli autori a venderle il diritti di CPHack e a negare che il codice fosse sotto GPL, e riuscì conseguentemente a ottenere dal giudice una ingiunzione a non pubblicare il codice e a non linkare siti che lo pubblicassero - neanche allo scopo di criticare le scelte dell'azienda. Il copyright è "divenuto uno strumento per rendere impossibile la critica ad una azienda. Dei programmatori possono distribuire codice che censura la rete, e i tentativi di distribuire la lista dei censori sono censurati dalla legge." (pp. 184-187)

DeCSS: nel 1998 Il Congresso degli Stati Uniti approvò il Digital Millennium Copyright Act, che reca, fra vari inasprimenti del diritto d'autore, una disposizione antielusione (anticircumvention). Questa disposizione probisce sia di decriptare (crack) il codice che protegge materiale sotto copyright, sia di produrre programmi destinati a decriptare detto codice. Se trattiamo il materiale sotto copyright sulla base di una stretta analogia con un oggetto fisico di proprietà privata, questa disposizione può assere assimilata ad un divieto sia di disattivare direttamente gli antifurto, sia, indirettamente, di produrre strumenti che li disattivino. Ma questa analogia, osserva Lessig, non si può applicare meccanicamente all'informazione, che per la Costituzione americana è essenzialmente libera e di pubblico dominio, tanto che il tempo di durata del copyright è inteso come limitato ed è riconosciuta la possibilità del fair use . Quindi la legge non può tutelare strumenti finalizzati a sottrarre per sempre l'informazione al dominio pubblico, o a negare il fair use (pp. 187-188). Al di là dei tecnicismi giuridici locali, il cuore dell'argomento di Lessig è questo: possiamo trattare il copyright come identico alla proprietà privata solo se decidiamo di trattare le idee come oggetti fisici. Questo ci autorizza a considerare ogni uso non esplicitamente permesso dal detentore del copyright come un furto, ma ci proibisce anche, conseguentemente, di "usare" le idee per discuterle, insegnarle o criticarle senza l'autorizzazione del loro "proprietario".
Nel 1994 le case cinematografiche di Hollywood cominciarono a distribuire film su dischi DVD. Questi DVD furono protetti con un metodo di cifratura detto Content Scramble System (CSS), che rende difficile all'utente vedere il film, a meno che non usi un dispositivo in grado di decodificare le routine CSS. Furono messi sul mercato dei riproduttori DVD, i cui produttori avevano ricevuto la licenza per decodificare i DVD protetti da CSS. Ma questa licenza fu inizialmente data solo a macchine compatibili con i sistemi Windows e Macintosh.
Il CSS, d'altra parte, non impediva la copia fisica del disco DVD, ma limitava solo il novero dei computer su cui era possibile vedere i film. Per rendere accessibili i DVD a un altro diffuso sistema operativo, Linux, si escogitò un codice open source detto DeCSS , che disabilita il sistema di cifratura CSS e rende possibile riprodurli su macchine prive di licenza. Il DeCSS non rende la copia più facile: mostra semplicemente l'inadeguatezza del sistema di cifratura adottato e permette di riprodurre DVD, presumibilmente acquistati in modo legittimo, su macchine con sistemi diversi da Windows e Macintosh.
Ma Hollywood scatenò i suoi avvocati, e mise addirittura in questione il diritto di fare link diretti ed indiretti a pagine col DeCSS, per quanto non sia stato esibito nessun caso in cui il DeCSS sia stato usato per produrre copie pirata di film. La corte di New York, in primo grado, gli diede ragione: il DeCSS e i link a siti con il DeCSS non vanno trattati come informazione e conoscenza la cui libertà deve essere tutelata, ma come meri espedienti tecnici per "derubare" il detentore dei diritti (pp. 189-190).

iCraveTV era un sito canadese che ritrasmetteva in rete programmi televisivi. In Canada una simile operazione non è illecita, a condizione che il programma ritrasmesso rimanga inalterato; negli Stati Uniti, invece, è richiesto il permesso del trasmettitore originale. iCraveTV si trovava fisicamente in Canada, ma era visibile, essendo in rete, anche ai cittadini americani. Questo espose iCraveTV ad una azione legale: le fu chiesto di impedire l'accesso ai cittadini americani o di chiudere. iCraveTV preferì ubbidire, invece di rilevare che la legge americana non era vincolante in Canada. Se il governo cinese - o anche un tribunale francese, come è effettivamente avvenuto - pretendesse il blocco di China Online per tutti i cittadini cinesi, perché i suoi contenuti sono censurabili per la legge cinese, questa pretesa verrebbe trattata come una posizione autoritaria, giuridicamente infondata, e contraria alla stessa dimensione cosmopolitica della rete. Ma, osserva Lessig, quando si tratta di copyright, noi diventiamo come i cinesi. E chiediamo tecnologie che facilitino il controllo locale, tracciando confini nel mondo delle idee (pp. 190-192).

In The Future of Ideas sono presentati molti altri casi in cui il diritto d'autore e il sistema dei brevetti ha messo a repentaglio la creatività, l'innovazione e la libertà di parola. Sono inoltre trattate delle possibili soluzioni per ridurre la proprietà intellettuale al suo fine originario: la tutela non tanto degli interessi monopolistici delle aziende, quanto del lavoro e della creatività dei singoli. Lessig suggerisce, per esempio, la limitazione del diritto d'autore a cinque anni, con la possibilità di rinnovarlo su richiesta, per un medesimo periodo, solo per altre quindici volte, e discute anche la distinzione, in relazione alla tutela, fra uso commerciale e uso non commerciale. Propone inoltre di trasformare almeno una parte dello spettro ora suddiviso dallo stato fra concessioni radiofoniche e televisive in un commons aperto alla libera sperimentazione (pp. 240-261).

Simili problemi appartengono alla quotidianità di chi lavora in rete ed ha avuto modo di imparare che questo complesso intreccio di questioni tecniche e giuridiche, in quanto insiste sul mondo delle idee, produce anche una politica e una economia della conoscenza che merita di essere oggetto di riflessione al di là degli ambiti settoriali. Ci troviamo infatti di fronte alla possibilità di venir messi a tacere non più dai poteri censori di uno stato, ma dai poteri e dagli interessi privilegiati di concentrazioni economiche. I fondamenti teorici che stanno alla base di questa possibilità meriterebbero di venir messi in discussione nei loro presupposti e nelle loro eventuali incoerenze. La democrazia liberale ha insegnato a temere la censura dello stato, in nome della libertà della sfera pubblica, e a proteggere i poteri aziendali, in nome della libertà della sfera privata. Ma se i poteri aziendali invadono la sfera pubblica con le armi del copyright , dei brevetti e del controllo della rete e dello spettro, perché dovremmo considerare odiosi e tirannici i censori statali, e non invece, e di più, questi nuovi e inusitati padroni del discorso? Perché dovremmo ribellarci alla censura politica e ideologica e accettare, invece, la censura economica - come se una simile censura, una volta privatizzata la materia prima della pubblicità, non fosse per ciò stesso anche politica?
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