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HACKER E HACKTIVISTI A CONFRONTO di Carlo Gubitosa - c.gubitosa@peacelink.it

Riflessioni sulle variegate comunita' italiane che esprimono approcci critici alle tecnologie

Negli ultimi anni lo scenario dell'underground digitale italiano e' stato caratterizzato da due differenti correnti di pensiero, simboleggiate da eventi come il tradizionale hackmeeting e il Moca, Metro Olografix Camp, simili in apparenza ma al tempo stesso molto distanti per filosofie e impostazioni.

Le tesi che si ripetono ormai da anni come un mantra sono piu' o meno le stesse: da una parte la comunita' che anima e organizza gli hackmeeting ha sottolineato piu' volte lo stretto legame tra l'hacking e l'impegno politico connotato in chiave antagonista, antifascista e critica verso le istituzioni, criticando aspramente qualsiasi approccio che non sia escludente verso soggetti percepiti come ostili. Questa tensione si e' spinta fino a pesanti e lunghe discussioni, soprattutto nei giorni immediatamente successivi al Moca, quando sulla mailing list Hackmeeting l'attuale presidente dell'associazione Metro Olografix e' stato bollato come "amico degli sbirri", pur essendo distante mille anni luce da questa definizione per cultura e formazione, solo perche' la filosofia del Moca prevedeva il libero accesso a chiunque all'evento in questione, anziche' il filtro selettivo con cui all'hackmeeting non e' consentito a tutti di accedere ai luoghi dell'evento, men che meno fare foto, pur trattandosi di eventi e luoghi pubblici e aperti al pubblico. Una discriminante che tuttavia all'atto pratico non ha mai trovato applicazione, ma che comunque costituisce una forte pregiudiziale culturale che caratterizza l'impostazione di questo evento.

In sintesi si nega l'esistenza dell'hacking in senso stretto, inteso come pura sete di conoscenza tecnologica fine a se stessa, teorizzando che questa sete di conoscenza non puo' essere disgiunta da un impegno diretto a colpire proprio quei poteri che usano le tecnologie per il controllo sociale.

Sull'altro versante, invece, si lamenta esattamente l'opposto, e cioe' una "contaminazione politica" di eventi che in teoria sarebbero squisitamente tecnologici e aperti a chiunque, indipendente dal proprio orientamento ideologico, sia interessato a capire meglio come funziona la tecnologia che oggi pervade la nostra vita, e che puo' cambiarla in meglio o in peggio.

Entrambi questi approcci contengono degli elementi fuorvianti rispetto alla cultura e all'etica hacker cosi' come sono state concepite negli anni '60 dalla prima comunita' hacker del Mit. In un caso c'e' una distorsione per eccesso, che fa coincidere l'hacking con una determinata visione ideologica dell'esistenza, mentre nel secondo caso siamo davanti ad una distorsione per difetto che svuota le pratiche dell'hacking, anche quando non caratterizzate ideologicamente, del loro forte valore politico intrinseco.

Per capirci piu' chiaro vanno fatte delle premesse e chiariti alcuni vocaboli. Nel testo che segue, con il termine "politica" si intende la gestione delle cose, per ideologia si intende la gestione del consenso, mentre la partitica e' la gestione dei partiti.

Molti confondono la politica con la partitica e l'attivita' dei partiti, ma i partiti non sono l'inizio e la fine della politica, perche' per gestire le cose ci sono anche le associazioni, le iniziative dei singoli cittadini, e qualsiasi altra forma di gruppo organizzato.

In questo senso i membri della Metro Olografix, anche quando affermano di voler tenere la politica fuori dall'hacking, di fatto da anni svolgono un ENORME lavoro politico, perche' dice a tutto il mondo "guardate che il diritto d'autore e' gestito male, si potrebbe fare in questo modo", oppure "guardate che le bbs non sono dei centri di criminalita', ma delle risorse per il territorio", "guardate che in una citta' come Pescara sono stati due ragazzi smanettoni ad mettere in piedi tecnicamente il primo provider cittadino, e quindi gli hacker sanno fare cose buone oltre a scatenare guerre termonucleari totali". In sintesi la politica e' la VISIONE di come potrebbero essere gestite le cose in modo migliore e piu' efficace e piu' utile per tutti, e da questo punto di vista la visione di chi conosce a fondo le tecnologie e' molto piu' articolata e propositiva di quella di molti politici per quanto riguarda alcune questioni.

Se la cultura e la filosofia rischiano di restare confinate al limbo del mondo intellettuale dei ragionamenti, la politica si sporca le mani di cose concrete e apre sedi sul territorio perche' si vuole creare uno spazio utile per tutti per dare alle persone un'altrenativa alla solita pizzata o discoteca. In questo senso anche aprire una sede associativa e tenerla aperta con grande sforzo e' stata una scelta politica ben precisa da parte della Metro Olografix, diversa da quella che hanno fatto altri gruppi che hanno preferito rimanere nel limbo della rete.

Non a caso una delle prime azioni della comunita' storica degli hacker e' stata quella di contestare la politica di accesso agli uffici universitari. I computer erano sottochiave per decisione dei boss dell'universita' e quindi gli hacker hanno imparato ad aggirare i meccanismi delle serrature diventando provetti scassinatori perche' volevano che le risorse informatiche fossero gestite diversamente, cioe' in modo aperto e non in modo elitario chiudendo le porte a chiave.

Per queste e altre ragioni quindi si puo' affermare pacificamente che la politica fa parte del DNA dell'hacking fino dai suoi albori, e non a caso si parla di "policy" di rete, si parlava di "policy" delle BBS e altri tipi di "politiche" lontane anni luce dal teatrino dei partiti e dei loro rappresentanti. Ad esempio una sanissima politica delle BBS era quella di sbattere fuori dalla rete qualunque nodo che provasse a mandare anche UN SOLO messaggio pubblicitario. A vedere quanto spam arriva oggi nelle nostre mailbox viene da ridere, ed e' importante ricordare che in altri tempi vigevano altre politiche di gestione e sanzione dei messaggi pubblicitari.

Chiarita la differenza tra partitica ora veniamo al problema dell'ideologia.

L'evento hackmeeting in se' non e' una scuola di marxismo ne' tantomeno una vetrina per nostalgici dell'Unione Sovietica, indipendentemente dalla struttura in cui si sono svolte le varie edizioni del meeting le cose di cui si è discusso sono state tutte molto tecniche. Ma la vita di una comunita' non si puo' svolgere solo nel mondo delle reti, altrimenti la comunita' si sgonfia per mancanza di contatti umani, e al tempo stesso non puo' essere confinata solo al mondo reale, perche' altrimenti mancherebbe tutta quella enorme comunicazione online che riempie lo spazio vuoto tra un hackmeeting e l'altro.

E' per questo che i problemi non nascono dall' *evento* hackmeeting in se', ma dallo *spirito* con cui questo evento si organizza, principalmente attraverso l'omonima mailing list e dal modo in cui determinate *ideologie* condizionano lo spirito di questo evento.

L'ideologia antagonista (non mi viene in mente una definizione migliore, si accettano suggerimenti) ha tanti aspetti positivi: denuncia delle violenze strutturali della societa', denuncia degli sprechi (una casa vuota da 10 anni e' una cosa che grida vendetta), denuncia di tutte quelle situazioni in cui si manifestano oppressione e sfruttamento.

Pero' ha anche un fortissimo lato negativo: quella che chiamo la cultura del sospetto o anche la cultura del nemico. Questa cultura si manifesta con un semplice teorema: chi non riconosco come amico e affine e appartenente al mio stesso mondo diventa automaticamente un nemico, un pericolo, un potenziale attacco alle mie idee o meglio alle mie ideologie.

E' per questo che molti chiedono di separare l'ideologia dall'hacking, perche' era questo lo spirito che inizialmente ha animato lo scenario italiano, quando si era in quattro gatti e la tolleranza e il rispetto delle idee altrui dovevi impararli *per forza* perche' non c'erano due persone che la pensavano uguale e attorno alle BBS si sono radunate persone come me, che provengo dallo scoutismo cattolico e ferventi bestemmiatori anticlericali come Asbesto. Il fatto di avere ideologie diverse, pero', non ha impedito a me e ad Asbesto di conoscerci e RISPETTARCI.

[Ecco, forse e' questo l'ingrediente fondamentale che manca oggi, anziche' una battaglia per dire di togliere la politica quando in realta' si vuole togliere l'ideologia sarebbe piu' utile una battaglia per far aumentare il rispetto perche' cosi' ci capiamo meglio e il rispetto e' un vocabolo comune che capiamo tutti quanti.]

Io sono sempre stato rispettato da Asbesto per le cose che dicevo e che scrivevo SULLE RETI DI COMPUTER e io l'ho sempre rispettato e ammirato per le cose che lui ha fatto CON LE RETI DI COMPUTER. Se ci fossimo messi a discutere di religione probabilmente ci saremmo mandati affanculo, ma siccome eravamo e siamo grandi e consapevoli abbiamo rispettato la liberta' dell'altro di pensarla come vuole trovando un punto d'incontro NELLE TECNOLOGIE E NELLA LORO ANALISI CRITICA.

Questo rispetto e questa capacita' di stare "sulla palla" (cioe' sulla cresta dell'onda delle tecnologie) assieme a gente che la pensa diversamente da te e' una cosa che manca dalla cultura della LISTA HACKMEETING. Sottolineo la lista perche' poi generalmente agli eventi ognuno fa quel che gli pare, si fa i fatti suoi e viene rispettato se rispetta gli altri.

La grossa differenza tra lo scenario anni '80 e quello attuale e' proprio questa: oggi la cultura del nemico e del sospetto che permea certi eventi e certi gruppi interessati alle tecnologie (fortunatamente non tutti gli eventi e non tutti i gruppi) rende *oggettivamente* piu' difficile ragionare di hacking e di tecnologie se non si condividono anche i principi e i valori dell'hacktivism.

In fin dei conti Stallman ha avuto lo spunto di far nascere il movimento del Free Software perche' voleva capire come funzionava una stampante e qualcuno glielo proibiva, non certo per sfidare il capitalismo sul terreno delle tecnologie, per sentirsi piu' libero di accedere alle informazioni che potevano cambiare in meglio la sua vita, non certo per sollevare le masse alla ribellione contro le multinazionali.

Ci puo' essere piu' hacking in un pensionato che smonta l'annaffiatoio del giardino per capire cosa lo blocca che in mille proclami che affollano le nostre mailing list, anche se quel pensionato vota Forza Italia e non gliene frega niente delle masse sfruttate. La passione per le tecnologie accomuna uomini dalle ideologie piu' diverse, ed e' proprio questa secondo me la vera forza rivoluzionaria (e qui parla la mia parte ideologica) della cultura hacker, che si riassume nel punto 4 dell'etica hacker cosi' come e' stata codificata da Steven Levy:

"Gli hacker dovranno essere giudicati per ciò che fanno, e non sulla base di falsi criteri quali ceto, età, razza o posizione sociale".

Nella versione inglese del libro questo e' scritto ancora piu' chiaramente:

"Hackers should be judged by their hacking, not bogus criteria such as degrees, age, race, or position".

Quindi tra hacker ci si giudica per i propri hacks, per i risultati tecnologici e intellettuali ottenuti, per aver scritto del buon codice o aver capito il meccanismo di funzionamento di un sistema, per aver trovato un punto debole in un meccanismo di crittografia o per aver aggiunto nuove funzioni ad un programma, e non sulla base di falsi criteri come l'ideologia, l'attivita' fotografica, l'appartenenza politica o il proprio modo di organizzare gli eventi permettendo o vietando l'ingresso a determinati tipi di persone.

Detto questo, fino a quando ci saranno ambienti in cui la logica del rispetto viene sostituita con la logica del sospetto ci sara' sempre gente che chiedera' di essere giudicata per quello che fa, e non per come la pensa, e che non vuole sentirsi a disagio in mezzo ad altri hacker solo perche' hanno una diversa visione del mondo nonostante la comune visione delle tecnologie.

Il problema culturale che separa lo scenario olografico dallo scenario hackmeetaro alla fine e' proprio questo: l'esistenza di ambienti reali e virtuali molto selettivi ed elitari, dove la logica del sospetto viene applicata sistematicamente e tu sei un nemico fino a prova contraria. Questo inizialmente puo' essere fastidioso, ma alla lunga ti accorgi che la logica del sospetto penalizza prima di tutto chi la applica vivendo in un mondo dove chiunque ti puo' essere ostile.

A questo link:

http://guide.debianizzati.org/index.php/Etica_hacker

Ho trovato altre due definizioni molto interessanti di etica hacker, che mettono in evidenza come a volte questa etica, che da' priorita' alla condivisione del sapere possa entrare in conflitto con l'etica del branco o del gruppo applicata in ambienti omogenei dal punto di vista ideologico, un'etica che da' priorita' alla coesione e al senso di appartenenza ideologico ad una comunita', affermando il teorema implicito "chi non e' mio amico e' necessariamente mio nemico", mentre secondo l'etica hacker "chi non e' mio amico puo' essere comunque una buona fonte di informazioni".

La prima definizione e' quella del Jargon File:

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hacker ethic: n.

1. The belief that information-sharing is a powerful positive good, and that it is an ethical duty of hackers to share their expertise by writing open-source code and facilitating access to information and to computing resources wherever possible.

Ovvero "la convinzione che la condivisione della conoscenza sia un bene prezioso e positivo e che sia un dovere etico degli hackers mettere a disposizione le proprie competenze scrivendo codice a sorgente aperto e facilitando, quando possibile, l' accesso all' informazione e alle risorse informatiche".

the Jargon File 4.4.7

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Come vedete si parla di condivisione della conoscenza in senso generale, senza mettere alcun vincolo ideologico o partitico a questa condivisione. Di fatto chi scrive free software realizza strumenti liberi e gratuiti che vengono utilizzati anche da nazisti, capitalisti, multinazionali eccetera, e se questo per molti non e' un problema perche' la liberta' viene prima di tutto, stanno iniziando a nascere gia' delle licenze "ideologiche" che limitano alcuni particolari utilizzi del software, proposte che possono essere buone nelle intenzioni ma che nella realta' concreta diventano un po' come produrre martelli con su scritto "da usare solo per i chiodi", quando comunque sappiamo tutti che niente e nessuno puo' impedire di prendere quel martello e darlo in testa al primo che passa.

La seconda definizione e' quella data dal debianista che ha realizzato la pagina di cui al link precedente:

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"Per l' hacker le cose più importanti sono risolvere i problemi divertendosi, stando insieme, sfuggendo a logiche gerarchiche, condividendo onori, oneri e conoscenze, superando collaborativamente i limiti personali. Primo Moroni a questo proposito parlava correttamente e con grande finezza della "socializzazione dei saperi senza fondare potere"."

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Aggiungo io che il problema non e' solo sfuggire alle logiche gerarchiche, ma anche alla logica del branco e alla logica del sospetto, che rischia di inquinare rapporti e relazioni tra singoli e associazioni.

Al termine di tutto questo discorso la prima cosa che viene in mente e' la constatazione che lo scenario delle controculture digitali che si affacciano al web 2.0 e' piu' esteso numericamente di quello che si appoggiava alle tecnologie Fidolike delle BBS degli anni 80, ma al tempo stesso e' molto piu' frammentario e spezzettato in gruppi ideologicamente omogenei e piu' chiusi alle contaminazioni esterne, direi quasi "autistici" se non corressi il rischio di essere frainteso con l'omonimo sito :-)

Credo che di fatto l'aumento della quantita' delle persone coinvolte registrato negli ultimi anni sia stato accompagnato da una diminuzione delle qualita' dei rapporti. Credo anche che le nuove generazioni di media attivisti siano istintivamente orientate ad aggregarsi per gruppi culturalmente e ideologicamente omogenei, e sono anche convinto che al sistema farebbe solo comodo che l'ateo bestemmiatore Asbesto e l'ex-scout Gubitosa restino ognuno nel suo ghetto culturale, mentre a dispetto di qualsiasi steccato ideologico continuano a stimarsi reciprocamente incontrandosi in un terreno comune, una TAZ culturale che li spinge a chiedersi: ma non e' che il Trusted Computing sara' COMUNQUE una fregatura, e anche bella grossa, indipendentemente o meno dall'esistenza di Dio o dalla validita' dell'analisi marxista?

Pensieri sparsi espressi sulla mailing list metro@olografix.org
rielaborati il primo ottobre 2006 su cortese richiesta di Dame'
Carlo Gubitosa, Bologna.
Testo rilasciato con licenza CC BY-NC-ND 2.5

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